martedì 23 dicembre 2008

CIAO PASQUALE ETERNO FEDAYN

Inizi anni ’70, ero un ragazzino, mio zio mi portava allo stadio con lui, erano gli anni in cui si formavano i primi gruppi ultras in Italia. Il gioco del calcio mi affascinava ma c’era qualcosa all’interno di uno stadio che mi affascinava ancora di più…. Era quel nascente movimento ultras.
Non avevo ancora fondato i “fedayn” ma al Comunale di Cassino già esisteva un gruppo ultras, c’erano i “commandos” che occupavano una delle “buchette” dell’attuale Salveti.
In mezzo a quei pionieri del tifo organizzato c’era anche Pasquale D’Arpino, sicuramente un “padre” per tutti noi, senz’altro uno tra quelli che ha speso la vita amando e seguendo i colori della propria città ovunque e sempre. Fino all’ultimo istante.
Questo spazio sul blog dei “fedayn cassino” è il minimo che potevo fare per ricordare un grande amico.
Ho preso spezzoni di post sul forum di TFC e li ho inseriti qui sopra a memoria indelebile del vuoto che ha lasciato, sono piccole once di poesia, frammenti di vita.
Chiunque voglia portare il proprio saluto, il proprio pensiero, un ricordo può farlo cliccando su “commenti”, il tutto sarà raccolto ed inserito sul prossimo numero della fanzine OLD LOVE.
Paolo dei Fedayn 1977


Volvograd…… Hai sostenuto la Maglia in ogni stadio d'Italia! Hai portato i colori della Città in ogni luogo dove il Magico è sceso in campo!Continuerai a sostenere il Cassino anche da lassù!Ciao Pasquale!
Dock…… Di te ricorderò le chiacchierate al Caffè Leonardo sui "mali" del Cassino e della sua tifoseria (l'ultima 2 giorni fa...). Di te ricorderò la calma e la pacatezza che ti hanno contraddistinto sempre e comunque.
Paolo….. Cammina ancora Pasquale, precedici, i grandi uomini sono sempre avanti, le nostre strade si rincontreranno e allora faremo una grande bolgia, come non lo è stato mai.Mi mancherai amico mio.Ti abbraccio e conserva il calore per il tempo che non ci vedremo.Hasta Siempre!
Vik63……. Che ti sia lieve il cammino Pasquale , come era lieve la tua voce piena di saggezza.
StefanoBrigate……. Addio amico di tutti!!!
Antonino…… Mai una parola fuori posto, sempre consigli preziosi e dettati dal cuore...la tua amicizia per me un tesoro prezioso che custodirò gelosamente!Non importa quanto vivi, importa come vivi!
Christos……. Addio Pasquale, R.I.P.
Nikola…… Non ti conoscevo ma mi davi l'impressione di essere una persona veramente buona... Ciao Pasquale!!!!
Luca……. Non ho mai avuto il piacere di farci una chiacchierata!Ma per una persona che ha frequentato assiduamente la laterale,Pasquale è stato un vero e proprio simbolo.
Caoln85….. Ti ricordi Pasqua', quando noi eravamo bambini e tu eri il più grande della ''via pascoli''quando giocavamo a pallone nel cortile e tu ti arrabbiavi, avevamo per te ammirazione, rispetto e anche soggezione. Tu per il quartiere eri il mito....il nostro mito.
Fuorista….. Un ultras non muore mai ... ma vive e tifa nel cuore di chi resta!R.I.P. Pasquale. Vi siamo, sinceramente, vicini.Un abbraccio. CRIPS FDC CASERTA.
Venafrum…… ragazzi un forte abbraccio alla famiglia e a tutta la Cassino ultras...Voli in cielo ma lasci valori e sentimenti. Ciao Pasquale.
Davide…… Ciao Grande Amico !
Gnagnuzz…… Condoglianze da Barletta, la morte non ha colore, R.I.P. Pasquale
Ant.1966…… Immenso e Indimenticabile PASQUALE, oggi anche il prete all'uscita dalla chiesa mentre eravamo in tanti che ti piangevamo, ti ha detto e ci ha detto con il pugno alzato che quelli come noi non muoiono mai.
Fedayn….. Ciao Pasquale! Un saluto da Barcellona!R.I.P.
Tombino…… A distanza di otto anni torniamo in quello stadio, per me sarà come averti accanto… ti ricorderò sempre così.
Lozar…… Ma la malinconia pian piano vien sostituita dalla certezza gioiosa e corroborante che così come l'uomo, neanche il tempo che infierisce, mai potrà toglierci, cancellare, portarci via i nostri ricordi, pensieri, sogni!!Pasquale, la tua"traccia", ovunque tu sia,qui l'hai lasciata!!
Cannavaro…… Ricordare più di vent'anni di amicizia e di storie trascorse e vissute. Io più piccolo, a volte il più piccolo....ma c'era Pasquale e allora stava apposto.
….Con quel punto ci salvammo. Quella notte, Io e Tonino li aspettammo al bar Nimeri.Arrivò alle 2 e mezza una Uno grigia. Da dentro scesero in quattro....Francisc' 118, Cico, Joe di Caira e Pasquale.....LA GENTE COME NOI NON MUORE MAI.Ciao amico, ci si vede nell'altra vita!!!!

martedì 2 dicembre 2008

SINCE 1977


QUESTO SPAZIO DI CURVA CONTIENE
L'ENTUSIASMO, L'ESTRO, LA FANTASIA E IL CORAGGIO
DI TUTTI COLORO CHE DI QUESTA LEGGENDA
SONO I VERI PROTAGONISTI.
PER QUESTA RAGIONE NON RITENGO ASSOLUTAMENTE
POSSIBILE CHE IL TEMPO,
UNA VOLTA RIUSCITO A CONSUMARNE I CONTORNI,
SI POSSA IN ALCUN MODO APPROPRIARE
DI UN RICORDO COSì SUGGESTIVO.
Paolo dei Fedayn

mercoledì 26 novembre 2008

DESTINAZIONE MANFREDONIA

STORIA DI UNA DOMENICA VECCHIO STILE! …..Partenza fissata alle ore 10,00 tassativamente nel luogo dove Bombeo passa le sue giornate in versione tifoso d.o.c. ovvero, la madonnina. Destinazione Manfredonia (FG), tredicesima di campionato. Pranzo vigorosamente al sacco, poi strada facendo mi rendo partecipe di una bella sorpresa. Ma andiamo con ordine. Siamo dodici, come gli apostoli, ma nessuno in spirito di santità, almeno per il momento.
Dobbiamo dividerci in due tronconi; sette nella “bombmobile” e gli altri cinque nella “bellimobile”. Con me nella “bellimobile” c’è Roberto, Fabrizio della sezione Caira dei Fedayn con tanto di pezza di “Joe” al seguito, il mitico Kempes, e Muccia. Nell’altra oltre al Bombeo, ci sono i suoi due soci “in armi e in amor” Mingo e Tombino; poi Fabio detto il “Che”, Lucio, Cico e il “grande” Fernando.
Fatte le macchine si parte. La nostra auto partita dalla piazza della madonnina si incammina seguendo il pullmino delle “brigate”, l’intento era quello di andare tutti insieme, subito dopo ci accorgiamo che i ragazzi delle brigate bandiere al vento dopo un giro lungo il corso ci riportano al punto di partenza. Bella gioventù.
Ci accorgiamo subito dopo che oltre alla intemperanza propria di un’età si erano dimenticati uno dei loro a casa. E così si riparte.
L’autostrada quasi deserta è come un drago che mangia chilometri, entrati in terra di Puglia il panorama sembra cambiare, poi ti accorgi che ogni luogo ha le sue storie, ogni paesaggio morfologicamente diverso l’uno dall’altro.
In macchina ci si parla, il guardare fuori oltre i finestrini ti spinge ad avere i pensieri diversi a volte uguali. Si susseguono ricordi ed emozioni. Si raccontano storie. L’andamento non positivo della nostra tifoseria, i rimedi, le cause.
Immancabilmente i racconti confluiscono sempre sui fantastici anni ’80.
Parliamo di Joe e si raccontano aneddoti. E forse il nostro “essere ultras” è racchiuso anche in questi frangenti di vita. Poi arriva l’autogrill, il piazzale che per noi diventa il più lussuoso dei ristoranti. E qui la piacevole sorpresa.
Si apre il cofano della “bombmobile” ed ecco uscire una grande cesta di vimini, per capirci quella delle nonne; versione pellegrinaggio di Canneto. E qui il buon Mingo incomincia a ridere e ad inscenare una specie di scenetta, simula di suonare il piffero, si perché la cesta sembra quella degli incantatori di serpenti a mo di festa di San Domenico a Cucullo. Invece dalla cesta inizia ad uscire tanto ben di Dio, teglie di pasta al forno, parmigiana e dulcis in fundo tanta “chiarenza” ad addolcirci la gola. Onore alla moglie di Fernando e speranza di ritrovarci ancora per il 21 dicembre in occasione della trasferta di Barletta.
Finita l’abbuffata foto di rito e caffè propiziatore al bar dell’autogrill.
Si riparte. Usciamo dall’autostrada e ci incamminiamo per raggiungere la nostra meta. Ad un certo punto Kempes incomincia a dire di seguire la strada per San Giovanni Rotondo, da qui e per circa mezz’ora ci racconta di tutte le sue venute a Padre Pio, di ruote bucate ed altro ancora. Alla fine dell’omelia in coro esplode il classico: amen! Dopo altre peripezie e strade sbagliate arriviamo a Manfredonia.
A prima vista sembra una città nuova, bella come ogni città di mare con il suo clima e la sua solarità. Arriviamo allo stadio sotto il nostro settore posto sul lungomare. Prima di entrare ci fermiamo ad ammirare il panorama.
Il mare d’inverno conserva tutto il suo fascino, diverso dalle folle spalmate di olio nelle calde giornate d’estate. Posso fermarmi a guardarlo per ore senza stancarmi mai. Lo spettacolo per il quale siamo venuti è un altro e non il mare di Puglia. Prima di entrare altre foto per i posteri, i blù ci dicono subito che non faranno entrare niente. Mi piacerebbe pensare che hanno la stessa accortezza nel reprimere soprusi ben più grandi del vietare una bandiera allo stadio, ma in fondo se avessero avuto un cuore o un briciolo di intelligenza avrebbero fatto sicuramente un mestiere diverso. Inutile avvelenarmi più di tanto, riposo la mia pezza “vecchio fedayn” nel cofano dell’auto, pago il biglietto ed entro. È bastata una divisa e l’intelligenza di chi ci stava dentro a togliere tutta la poesia ad una giornata fantastica. “A Foggia siamo più elastici qua no”. Questa è stata la frase detta da quello che sembrava il più graduato, poi tra me e me pensando mi son detto: “figuriamoci i sottoposti che pensieri profondi avranno”. E nell’entrare mi ritornava alla mente la frase del grande Totò: “Siamo uomini o caporali?”
Occupiamo il nostro settore, l’erba sintetica del terreno e le dimensioni versione bomboniera dello stadio davano l’impressione di una partita di calcetto.
Facciamo tifo, una trentina in tutto noi ultras cassinati, tifiamo la squadra e ne sosteniamo i colori. Lo facciamo per tutta la durata della partita. Era una partita da vincere ma al triplice fischio dell’arbitro possiamo ritenerci soddisfatti del punto racimolato. Ordinatamente disordinati imbocchiamo l’uscita che ci porta fuori dallo stadio. Si riparte. Il drago ingoierà i chilometri al contrario.
La strada è sempre là, un’altra ci inghiottirà ogni stramaledetta domenica perché in fondo questa è la nostra vita. La nostra storia ultras.

Paolo dei Fedayn 1977

sabato 15 novembre 2008

NON CANCELLATE IL MIO MONDO

Non avevo ancora quattordici anni quando ho iniziato a colorare i miei primi striscioni. Non c’erano maestri a insegnarmi quello che il tempo e la strada mi hanno insegnato. È stata la mia palestra di vita. Con gli amici, compagni inseparabili lungo le vie che conducevano ai nostri sogni adolescenziali. Quattro calci per strada al pallone e quelle partite che non finivano mai, quel “super santos” che per noi era qualcosa di più di un semplice pallone. Tornavamo a casa la sera sempre sudati e neri di polvere e con le ginocchia sbucciate in pantaloni continuamente bucati. Erano gli anni della spensieratezza, delle corse a perdifiato, dei sogni. Erano gli anni dove cresceva forte l’amicizia. Grande era la passione per la nostra città. Grande l’amore per la squadra della nostra città. Erano pochi gli anni in quel pentagramma chiamato vita. Ci sentivamo invincibili di fronte al mondo, con la forza della nostra disordinata compattezza.
Quell’edificio scolastico di via Pascoli, con la sua recinzione, al centro della città. Punto del nostro universo. Alberi, verde e sassi e quella scuola al centro di quel fortino. Era il nostro west. Scavalcavamo la recinzione e lasciavamo il mondo fuori. La città con i suoi “mostri” era vinta, dimenticata. E allora giù a correre, ridere a caricarci di vita in infinite partite senza sosta.
Siamo cresciuti in quel quartiere di case popolari. Binda, Bruno Maisto, testimoni di un mondo semplice, orgoglioso e onesto sono stati tasselli essenziali nel puzzle della nostra esistenza.
In quell’angolo di vita fortificammo la fede per il Cassino. Lì iniziammo a disegnare, ad abbozzare i primi striscioni. A colorare le bandiere. Lì il nonno di Maurizio ci ricaricava le batterie d’auto per le trombe. Da lì partivamo la domenica mattina in gruppo. Non conoscevamo giornate di sole o di pioggia. Sopportavamo il peso delle batterie che a turno lungo il tragitto fino allo stadio a mano portavamo. Entravamo in quello stadio che ci ha visto crescere. Era la nostra seconda casa. Lì abbiamo conosciuto gioie e dolori profondi.
Lì portavamo i nostri primi tamburi, carcasse di bidoni di ferro. Le bacchette erano mazze di scopa. Entravamo con campanacci pesanti e rumorosi. Le bandiere erano sorrette da canne di bambù. Poi nel tempo i nostri striscioni erano più precisi. I tamburi erano quelli delle bande musicali, le aste delle bandiere tubi leggeri in plastica. Entravamo con i fumoni. Entravamo la mattina a preparare le coreografie e nelle partite importanti mangiavamo allo stadio. Era casa nostra.
Abbiamo consumato la vita su e giù, sulle gradinate di stadi di mezza Italia. Abbiamo masticato nelle domeniche di calcio il pane della nostra passione. Eravamo liberi in un mondo libero. Ci sentivamo ricchi senza una lira in tasca. Nessuno ci vietava la nostra fede. Nessuna legge offendeva i nostri ideali. Non abbiamo mai fatto del male a nessuno con gli strumenti del nostro tifo. Non hanno mai ammazzato nessuno le nostre coreografie domenicali.
Adesso ho più di quarantacinque anni, un figlio di quasi cinque anni e un’altra che tra poco di anni ne compirà diciannove. La fede incrollabile per la squadra della mia città mi spinge la domenica ancora allo stadio ma quel posto che mi ha visto crescere e regalato gioie ed emozioni incancellabili, quello stadio, quell’isola felice oggi non è più casa mia.
Affaristi senza scrupoli, faccendieri incalliti sostenuti da politicanti da strapazzo. Ladri di poesia. Mistificatori di sogni. Hanno rubato a quelle gradinate i suoni, i colori. Gli striscioni, i tamburi, le bandiere che bucavano il cielo. Hanno rubato la mia identità. Hanno mortificato la mia intelligenza. Hanno spogliato le nostre curve della parte più bella e viva; folklore, goliardia, e fantasia.
Queste leggi che ci obbligano a denunciare anche la più piccola pezza se questa reca qualche scritta. I nostri nomi negli schedari di commissariati di mezza Italia. In trasferta ci impacchettano nei pullman come sardine e lungo il tragitto sei obbligato a seguire percorsi e fermate già pianificate.
Non si scende neanche per pisciare. Leggi su leggi che umiliano e discriminano.
Ma siamo ancora qui, vivi e orgogliosi del nostro modo di essere, di fare, senza tempo, senza legge... Sono passati trent’anni. Avevo tutto e non ho più nulla.

PAOLO dei FEDAYN 1977