mercoledì 13 gennaio 2010

MARONI NON MOLLA

Roberto Maroni sulla tessera del tifoso
L'adesione delle squadre di calcio alla tessera del tifoso, è "la svolta che avevo chiesto". Lo dice il ministro dell'Interno Roberto Maroni a Gr Parlamento ribadendo che la tessera partirà dalla prossima stagione. "A questo punto - ha spiegato il ministro - utilizzeremo i prossimi 4-5 mesi per definire strategie dal punto di vista della comunicazione per fare in modo che la tessera sia quello che deve essere, uno strumento di fidelizzazione utile alle società e per aumentare i livelli di sicurezza dentro e fuori gli stadi". Il ministro definisce "tutte sciocchezze" le recriminazioni dei tifosi che avevano parlato di "violazione dei diritti e di schedatura". "Non è così", ha tagliato corto. Adesso, ha concluso Maroni, "confido molto nell'azione delle società per cambiare la mentalità di chi va allo stadio solo per prendere iniziative che hanno poco a che fare con lo sport".

Ormai non ho più parole. Sentire questo demente sparare cazzate mi da ormai il voltastomaco. E mi fa senso ascoltare anche ultras di altre entità che difendono l'operato di questo uomo. Il pensiero di certe persone mi fa solo rabbrividire. Ancora a parlare di tessera come rimedio alla violenza....alla fine penso che neppure lui ci creda più di tanto, ma in qualche modo deve pur giustificare l'operato di un ministero altrimenti fallimentare e allora ecco qui: violenza e repressione ovunque. E non voglio soffermarmi a parlare delle crociate razziste contro gli immigrati, altrimenti la pressione mi si alza a mille. Questa è la medicina di questo Ministro. No non ci siamo proprio caro Maroni, ho vissuto una vita ultrà e se proprio devo cadere preferisco farlo come ho sempre vissuto: in piedi e a testa alta.

POLIZIA OVUNQUE

GIUSTIZIA DA NESSUNA PARTE

venerdì 25 dicembre 2009

LETTERINA ULTRAS A BABBO NATALE


(cliccare sull'immagine per ingrandirla)

mercoledì 16 dicembre 2009

CASERTA 13/12/2009

Stazione ferroviaria di Cassino, ore 9.20, faccio il biglietto e aspetto il Pipo, poi penso che forse è già lì e allora mi metto alla ricerca ma non mi è difficile rintracciarlo: bancone del bar.
Finisce di fare colazione e saliamo sul treno, puntuale alle 9.30 parte: destinazione CASERTA.
Saliamo sul treno e ci sediamo uno difronte all’altro; 90 anni di vita in due. Tanta della quale spesa nelle curve di stadi di mezza Italia. Vite e storie diverse ma su quel binario quelle realtà non sono poi così distanti; un ultras è uguale in ogni angolo di Italia. E così mentre quel treno ci porta a quella che un tempo, prima che un’alchimia del duce stravolgesse confini modi ed usanze, era la nostra Provincia, parliamo della sconfitta subita il giorno prima nella trasferta di Roma contro la Cisco e di alcuni problemi inerenti la nostra tifoseria. E tra un paesaggio avvolto nella foschia di un freddo dicembre e qualche racconto e ricordo ultras ci avviciniamo alla nostra meta.
Arriviamo a Caserta, il tempo di prenderci un caffè al bar ed ecco arrivare i nostri amici CRIPS; Davide e Tommaso che ci terranno compagnia per tutta la giornata. Baci, abbracci e saliamo in macchina. Di corsa a prendere le “pezze” da un amico e poi di corsa al Pinto. Davide destreggia nel caos cittadino e mi fa pensare a Bruno Conti quando scappava sulla fascia e poi driblava gli avversari come fossero paletti. Non noto la differenza con Cassino, l’aria mi è particolarmente familiare come se quei ragazzi fossero il mio quotidiano. La città conserva ancora quel fascino di “vecchio” che le bombe americane non hanno portato via…. anche la mia Città avrebbe avuto un centro storico di tutta invidia. Parlando e immaginando arriviamo allo stadio. Fermata rigorosa al bar, sarà una consuetudine per il resto della giornata e non una eccezione, vista anche la presenza al mio fianco del Pipo. Entriamo dalla parte della “centrale” e attraversiamo il campo per arrivare al “nostro settore”. La poca distanza la percorro fantasticando in quello stadio che ha visto protagonista la Casertana in B… poi i miei occhi vanno sulla “curva sud” e il pensiero va a Coyote e di quando lui ci parlava con orgoglio di tutti i suoi amici nei Fedayn Bronx negli anni ’80. La testimonianza di tanto calore mi viene dimostrata ampiamente nell’arco dell’intera giornata; in tanti mi chiedono, mi raccontano e mi dicono di salutarlo… si Coyote, grazie a lui questa bella “storia ultras” si tramanda negli anni. Arriviamo nel settore, tutti mi abbracciano e mi salutano davvero con grande affetto, sono già lì a mettere i loro vessilli, nello zaino ho anche la mia “pezza” inseparabile amica di una vita ultrà. Il sapore di quegli istanti mi fa tornare indietro negli anni, a quel calcio pulito, senza schedature, forzature e divieti. Quando entrare la domenica mattina allo stadio per mettere gli striscioni e posizionare i tamburi era come aprire la porta di una stanza di casa tua e sentirci dentro tutta l’armonia e l’affetto che solo lì puoi trovare. Questo è stato per me vedere quella gente ancora libera di essere ciò che vogliono “essere”. Si parla, si beve, ci si racconta. Si vive. Vedere i vecchi ragazzi dei FB fa sempre un bell’effetto, vederli ancora lì al loro posto. Qui scopro un mondo ultras ancora pulito e schietto. Come nella natura delle cose, gerarchie dettate dal tempo e il rispetto più assoluto nei principi fondamentali basati sull’amicizia. Nel pomeriggio tifando mi rendo conto anche della grande passione, del sapersi divertire e della goliardia di questa grande tifoseria. Sulla pista d’atletica faccio qualche scatto agli striscioni. Sono un ladro d’immagini. Poi ascolto i ragazzi della curva che stanno organizzando una raccolta di beneficenza per le famiglie bisognose della città. Noto la passione che ci mettono nel preparare il tutto senza lasciare nulla al caso. L’entusiasmo e la voglia di fare certo non manca. Ultras è anche questo.
Ritorniamo verso la macchina, altre foto e altra capatina al bar. Io e Pipo ci immortaliamo sotto il falchetto rossoblù, logo e simbolo della città. Davide mi parla di loro, della “piazzetta” ritrovo abituale dei FDC e di altri aneddoti personali e di curva. Tommaso mi parla del cugino Tonino, vecchio fedayn cassino e che ormai non vede da anni. Della zia che vive qui a Cassino e di Flavio. E raccontandoci arriviamo al ristorantino dove gli amici ci hanno accolto davanti ad una tavola apparecchiata e a dell’ottimo vino. Ci gustiamo in diretta la vittoria della Juve Caserta di basket e poi iniziamo il giro di valzer dell’ottima cucina dello chef. Sciarpe e bicchieri in alto, l’amicizia si esalta anche in questi momenti carichi d’emozione. Questi frangenti di vita e questi amici mi fanno pensare che in fondo non ho speso male i miei anni ultrà…. Consumiamo il pasto, un ultimo sorso ai limoncini che scorrono a fiumi e poi destinazione Pinto. Le macchine dei fdc si fermano nella piazzetta, il luogo del “ritrovo” e da lì ci incamminiamo a piedi. Si intona il coro del “gruppo” che parla di “borghetti” e da “fuori dal coro”, non conosco ma mi associo al pensiero. Pochi metri ed eccolo qui, alla comitiva si aggiunge Mario di Venafro, casertano di adozione. Felice sorpresa, è sempre un piacere parlare di ultras con lui. Entriamo nello stadio, passo sotto la sud inagibile per arrivare nei distinti, mi posiziono all’altezza della buchetta dei crips. Inizia un gran tifo, voce, bandiere sempre al vento e il tamburo dei FB che scandisce tempi e ritmi ai cori. Mi diverto tantissimo, era tempo che in “curva” non trovavo una serenità così, la partita va avanti e i cori non cessano mai, il risultato sarà di 3 a 0 per i rossoblù ma per un ultras è una statistica di poco conto. Certo vedere questi ragazzi tifare in questa categoria mi lascia molto da pensare. Ma sono le regole del gioco e lì capisco che il vero ultras non conosce categoria. Finisce la partita e con essa mi accorgo che sta finendo anche una giornata indimenticabile. Ritiro la pezza dal campo e continuando ad intonare il loro inno i ragazzi dei crips si allontanano verso la piazzetta, ed io con loro. Davide fa la conta dei presenti per la prossima trasferta in provincia di Brindisi, visto il numero opta per il pullmino da nove. Il sole è calato e noi facciamo le ultime foto dietro i vessilli dei due gruppi. Ci stringiamo tutti nel calore dello stesso abbraccio e poi ci salutiamo. Ci ritroveremo fratelli dietro un altro bicchiere e dietro i nostri colori…. Davide e Tommaso ci riportano alla stazione mentre cala il sipario su questa splendida giornata ultras.
Pipo in treno mi racconta di aver passato una giornata davvero entusiasmante e vera, poi si distende sui seggiolini, il treno corre sull’Antica Terra di Lavoro e ci riporta a Cassino.
Arrivati, Pipo finisce la nostra avventura là dove la mattina l’ho incontrato: al bar. Ed io mi incammino verso casa, sono ormai le 19.00 e il cuore ancora ricolmo d’emozioni.

Dedico questo mio racconto a Davide dei CRIPS e a tutti i ragazzi di Caserta che mi hanno regalato nello spazio di poche ore una gioia infinita.

Paolo dei Fedayn 1977



(interno 18. Casertana: gli ultras rossoblù fianco a fiano con i "fedayn cassino")

sabato 28 novembre 2009

SOLIDARIETA' ALLA CASERTA ULTRA'


IL GRUPPO STORICO DEI FEDAYN CASSINO 1977 ESPRIME SOLIDARIETA' AI RAGAZZI DI CASERTA PER LA REPRESSIONE INGIUSTIFICATA AVUTA DOPO I FATTI DELLA PARTITA INTERNA CONTRO IL CASARANO. AI VERI ULTRA' BATTIAMO LE MANI.


giovedì 19 novembre 2009

Il calcio etico di Francesco De Gregori

Faccendieri senza scrupoli, affaristi senza sogni nè ideali stanno portandoci via anche l'ultimo straccio di poesia.... ridateci il nostro calcio. Ridateci i nostri tamburi, i nostri megafoni. Ridateci i nostri anni e i nostri amici che ci hanno lasciato. Ridateci il nostro mondo, la nostra libertà voi ladri di sentimenti mai vissuti, piccoli atomi di uomini annegherete nella vostra bramosia di potere e di denaro. Non saremo mai come volete voi. Sempre contro a questo calcio affaristico mafioso. Fino alla vittoria. Fino all'ultimo fedayn. Il Fondatore

"La leva calcistica della classe 1968" è uno dei gioielli incastonati nella carriera di Francesco De Gregori. Fulgido paradigma dell'essenza e della magia del calcio. L'etica incarnata dall'adolescente Nino si è dissolta. Il futuro è precario. Un racconto musicale che conferma come il calcio sia metafora della vita.

Chissà che fine ha fatto Nino? Aveva dodici anni, nel 1968. Si spolmonava, su un campo polveroso della periferia di Roma, per mettersi in luce in mezzo a tanti altri coetanei cui lo accomunavano sogni e aspirazioni
ormai evaporate. Puntava a conquistare la maglia numero sette, Nino. Nonostante quelle spalle strette che avrebbero potuto penalizzarlo.

Il ragazzo di allora oggi è un cinquantenne del quale non sappiamo più niente, dopo aver condiviso con lui le irripetibili emozioni di quella giornata e di quel provino. Ignoriamo quale sia stata la sua parabola, calcistica e non. Se a un certo punto abbia appeso le scarpe a qualche tipo di muro e adesso passi il suo tempo a ridere dentro un bar. Se si sia mai innamorato, per dieci anni, di una donna che non ha amato mai.

E neppure lo vogliamo sapere. Perché Nino è, per quelli come noi, l’icona immortalata nel tempo di un calcio che non c’è più. Sarebbe un delitto tirarlo fuori dal dolce oblio che lo avvolge, come si fa nei lacrimevoli talk shaw che imperversano sugli schermi della mediocre televisione italiana.

Per Nino (e per noi che abbiamo vissuto le sue stesse sensazioni) ci auguriamo solo che, nel calcio e nella vita, abbia saputo continuare a mettere il cuore dentro le scarpe e correre più veloce del vento. Ogni volta che è stato necessario farlo. Che non sia diventato uno di quei tanti giocatori (uomini) che non hanno vinto mai niente nella loro carriera (vita), per lasciarsi stancamente trasportare dalle onde del destino.

Qualcuno ha scritto che Francesco De Gregori, se non fosse diventato un poeta musicista (o un musicista poeta), sarebbe stato un grande uomo di cinema. Niente di più vero. Le storie che ha saputo ideare in 35 anni di carriera, vale a dire da quando nel 1975 irruppe dentro le nostre vite con quel gioiello artistico che resta l’album “Rimmel”, sono scrigni letterari ed eleganti sceneggiature. Quella di Nino non fa eccezione. Anzi, ne rappresenta uno dei punti più alti.

Per gli innamorati del football “La leva calcistica della classe 1968” resta un capolavoro da tenere sempre a mente. Pochi hanno saputo raccontare con altrettanta semplicità e armonia i valori etici che erano il caposaldo di questo sport, la cui inarrestabile deriva è legata anche alla mediocrità di chi oggi lo dirige. E che ha finito per contaminare addetti ai lavori e tifosi, che avrebbero dovuto esserne i tutori nel corso del tempo.

Quasi tutti oggi hanno paura di tirare un calcio di rigore, in una fuga dalle responsabilità che sta mettendo a terra la precaria società globalizzata del terzo millennio. In pochi sanno ispirarsi nel calcio (nella vita) al coraggio, all’altrusimo e alla fantasia. Che dovrebbero essere il paradigma di ogni vero giocatore (e di ciascuno di noi nel suo percorso umano). La magia del calcio (della vita) si sta perdendo anche per la dissoluzione di questi valori.

Riascoltare le parole e la musica di Francesco De Gregori, nei momenti bui e in quelli solari delle nostre giornate spesso così travagliate, serve da monito per affrontare i problemi di ogni giorno con lo stesso slancio che guidava l’adolescente Nino nel 1968. Un’epoca nella quale anche partecipare a una leva di aspiranti giocatori era il modo per mettersi davvero alla prova e confrontarsi con se stessi. Riuscendo a perpetuare, nel tempo, i valori etici cui quel calcio si ispirava.

“e allora mise il cuore dentro alle scarpe e corse più veloce del vento”
Francesco De Gregori
"La leva calcistica della classe 1968”